Sì, sono un'ignava.
L'egoista che, se dipendesse da lei, partirebbe e non tornerebbe più.
Ma non riesco a fare a meno di provare una pena infinita e di sentire il pugnale nel cuore.
Che scava, penetra, si dimena tra battiti di sangue. E ora davvero non riesco più a respirare.
Ho bisogno di un aiuto, forse, ma non ho abbastanza coraggio per ammettere che non riesco ad affrontare i problemi.
Sento l'amaro e la ruggine sotto la lingua e non c'è più la dolcezza di un bacio, non ci sono più i profumi di un abbraccio furtivo, di uno sguardo di consolazione.
Non c'è più dentro di me altro, che voglia di scomparire.
Svanire.
Disapperar here.
Vorrei provare il piacere ed il dolore di farmi divorare dalla terra, di fare quel salto.
Il salto a ritroso tra le solitudini e i vuoti infiniti del passato per riuscire a capire davvero quanto posso essere forte, quanto buio possono sopportare i miei occhi, quante parole di morte possono raccontare le mie mani.
E poi, una volta scomparsa, tornare indietro dopo un lungo viaggio, tra brividi e lacrime.
Sono malata del male di vivere. E' vero, la vita è troppo per me. E' un mestiere, non è vero, Cesare?
Il mestiere di vivere.
Ma io non ho talento. Non ne ho mai avuto per questo.
Sono sempre stata brava soltanto a chiudere gli occhi davanti al troppo male, convincendomi di essere impotente, ingannandomi con l'idea che la mia presenza fosse inutile per chiunque mi fosse vicino. Io non potevo dare aiuto, non potevo dare consolazione, non potevo asciugare le lacrime, perchè avevo sempre coperto di parole e di poesie i miei silenzi.
Parole non mie, poesie che non mi appartengono, vite di altri.
Sono la combinazione di miti non miei, di favole senza ricordi, di lunghi periodi di apatie e nevrastenie.
Ho sempre stretto i pugni e ho smarrito il mio sguardo nel cielo. Per non guardare giù, per dimenticare la malattia che mi ovatta il cuore. Sempre e comunque.
E oggi so, so che dovrei rimanere qui. Ma, come sempre, me ne vado via. Altrove.
In attesa del mio ritorno.
















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